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È “scoppiata la pace” tra Erdogan e i kurdi, ma a che prezzo?

Aggiornamento: 17 mar

Nella polveriera insanguinata del vicino oriente pareva fosse giunta inaspettata una buona notizia: dopo gli oltre 40 mila morti dal 1999, anno in cui venne imprigionato il leader kurdo del PKK (il partito kurdo dei lavoratori), il 27 febbraio scorso Ocalan ha ordinato ai suoi uomini di posare le armi.

Pro-Kurdistan referendum and pro-Kurdistan independence rally at Franso Hariri Stadium, Erbil, Kurdistan Region of Iraq - Levi Clancy, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Pro-Kurdistan referendum and pro-Kurdistan independence rally at Franso Hariri Stadium, Erbil, Kurdistan Region of Iraq - Levi Clancy, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Gli attentati sanguinari per la lotta all’indipendenza da una parte, la soppressione di qualsiasi riconoscimento di autonomia da parte del governo centrale dall’altra, non lasciavano presagire plot twist del genere. Eppure, il gesto storico è fortemente sostenuto da Erdogan e dal suo governo, ed ha l’aria di una riappacificazione con la minoranza kurda che costituisce oltre il 20% della popolazione turca.

 

Il Kurdistan, lo ricordiamo, è tra i più grandi dei “non stati” nel mondo, con una estensione superiore alla superficie italiana ed una popolazione complessiva di oltre 20 milioni di persone, attualmente distribuite prevalentemente nella Turchia continentale orientale, in Siria, Iran ed Iraq, ed in cui, solo in quest’ultimo paese, godono di una certa autonomia governativa pur non essendo pienamente indipendenti.

Isochrone, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

È scoppiata la pace, si direbbe, tra Erdogan ed i kurdi, ma a che prezzo? Perché ora? Una visione “alta” lascerebbe presumere che il presidente turco, sia mosso da un ritrovato standing di pacificatore internazionale, sia nel teatro russo-ucraino, sia nell’invasione israeliana della striscia di Gaza. Si potrebbe pensare che Erdogan, per rafforzare la costruzione del suo profilo di “pacificatore” si sia reso conto di dover fare i conti anche in casa propria, risolvendo un conflitto intestino che prosegue da secoli.

 

Tuttavia, leggendo la stampa araba[1] questa visione pacificatrice scricchiola all’emergere di istanze ben più pragmatiche. Erdogan punta al terzo mandato presidenziale e le ultime elezioni locali turche del 2024, in cui l’opposizione segnò vittorie importanti nelle principali città turche, mostrando il suo potere vacillante. Le minoranze kurde in Turchia appoggiano neanche tanto velatamente i leader dell’opposizione ed Erdogan ha bisogno di far cadere il suo governo e farsi rieleggere poiché se andasse a scadenza naturale sarebbe incandidabile.

Kurdishstruggle, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

In questa prospettiva diventa più chiaro lo scopo del presidente: quello di ingraziarsi le minoranze kurde cercando il loro supporto in cambio di una non ancora chiara contropartita, in modo da indebolire l’opposizione. Sembra una scommessa la cui posta in gioco è altissima: la riconferma del suo potere, ma i rischi sono alti poiché non è chiaro cosa concederà ai kurdi in cambio di una loro non-opposizione. Né è chiaro se i partiti filokurdi turchi offrano davvero queste garanzie di rielezione.

 

A complicare il quadro si aggiunge il fatto che i kurdi siriani non si sentono coinvolti in questo cessate il fuoco. Quello che a prima vista sembrava un beau geste di alta politica, la riappacificazione si riconferma un gioco d’azzardo per il mantenimento del potere. Come finirà non è chiaro, ma quello che è chiaro è che, ancora una volta la pace vera deve aspettare.

Kurdishstruggle, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Kurdishstruggle, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
 

 

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