We had a dream, We imagined
- Linda Bonucci
- 11 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 17 mar
Per molto tempo gli Europei sono cresciuti all’ombra di un sogno: di libertà, di uguaglianza, di fraternità.
Se ne parla dal ‘700 e, in tempi diversi, queste parole sono state diversamente declinate.
Anche nella nostra meravigliosa Costituzione.
P. Calamandrei, nel 1955, disse, davanti a un gruppo di studenti universitari: (la nostra) è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della società.
E ancora,
…una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di un lavoro da compiere.
Era il sogno dei padri costituenti, il sogno europeo.
Da ragazza avevo la netta percezione che questa sarebbe stata la direzione della Storia: quella dei diritti di tutti, della giustizia sociale, del progresso mondiale inteso come crescita equa, se non equilibrata, dei popoli.
E invece…
L’Europa respinge, nei fatti, prima che ideologicamente, i popoli africani che, per dirla con M. L. King, vengono a esigere il loro pagherò, poiché da decenni, anche in Europa, si ripeteva che tutti gli uomini … avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità, e lo fa in modo atroce, lasciando morire migranti e profughi nel Mediterraneo, con le loro speranze.
Assistiamo a un genocidio in diretta tv, permettiamo che a Gaza i bambini muoiano di fame e di freddo, non ci indigniamo che si possa anche solo ipotizzare di cacciare un popolo dalle rovine della propria terra bombardata per farci un gigantesco resort.
Stiamo ricominciando a pensare che i poveri siano responsabili della propria condizione, riecheggia la voce di Malthus: Chiunque... non ritragga i mezzi di sussistenza né dai propri genitori né dal proprio lavoro, non ha alcun diritto di essere mantenuto; in realtà egli è inutile in questo mondo. Alla gran mensa della natura non c’è alcun piatto che lo attende. La natura gli comanda di andarsene e non tarda a mettere in esecuzione l’ordine.
Noi riusciamo più a pensarci come collettività e molti di noi navigano in abissi di solitudine.
Disorientati, ci rifugiamo - di nuovo - dietro a fragili identità nazionali (la sola forma di “fraternità” di cui sembriamo politicamente capaci). La politica estera non punta più alla collaborazione, ma alla prevaricazione e i piccoli Stati, come il nostro, rischiano di arrancare, penosamente privi di dignità, in cerca della protezione di Paesi più forti. Perseguiamo, miopi, interessi particolari, con il rischio di rotolare dentro una guerra atomica.
Abbiamo persino paura dei ragazzini che, fragili, disorientati, spesso senza punti di riferimento familiari o sociali, formano le baby gang: sono solo ragazzini, potremmo gestirli con facilità, perché sono piccoli e malleabili, perché i loro bisogni sono gli stessi che avevamo noi alla loro età, potremmo scegliere di essere i loro esempi, le loro guide, di rispondere costruttivamente al loro disagio, invece riversiamo su di loro la nostra rabbia, per lo più condita da una buona dose di razzismo, invochiamo su di loro il castigo.
Diventa difficile sognare, insegnare ai nostri figli a immaginare un mondo diverso, a lottare per un mondo diverso, dove ciascuno possa perseguire i propri obiettivi, dove i più svantaggiati vengano aiutati affinché si attui quell’uguaglianza di fatto tanto cara ai padri costituenti, dove la realizzazione del sé non avvenga a scapito degli altri, dove tutti rispettino le regole e sia il merito a determinare la posizione lavorativa, non la condizione sociale con i relativi agganci. Un mondo dove i bambini non muoiano di fame, di freddo, torturati o affogati, dove non debbano essere terrorizzati dalle bombe che piovono sulle loro teste.
Lennon sognava più in grande, ma, appunto, i tempi sono cambiati.
