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Una giustizia ingiusta!

In uno Stato di diritto, come il nostro, avere fiducia nel sistema giudiziario dovrebbe essere un fatto naturale. Negli ultimi tempi sembra che questo assunto stia decisamente vacillando. È notizia di questi giorni la riapertura del famoso caso giudiziario che sconvolse Garlasco nell’agosto del 2007: l’omicidio efferato di Chiara Poggi. Ebbene, a diciotto anni dall’evento e con una sentenza definitiva di condanna a carico dell’ex fidanzato Alberto Stasi, le carte processuali tornano a mescolarsi. La Procura di Pavia, infatti, ripunta i riflettori su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, poiché all’epoca dei fatti erano state trovate tracce di Dna sotto le unghie di Chiara riconducibili al Sampio. Se la pista dovesse essere giusta, vuol dire che fino a questo momento abbiamo trattenuto in carcere un innocente.

Il sistema penale italiano è strutturato in modo tale da garantire all’indagato prima e all’imputato dopo, di difendersi fino al terzo grado di giudizio, con poteri investigativi in capo all’avvocato difensore simili a quelli del P.M. Un sistema così strutturato è definito da molti “garantista” che risulta cioè essere favorevole al reo. La cronaca, però, ci sta abituando sempre più spesso a casi riaperti o addirittura a omicidi mai risolti e che a distanza di anni rischiano di stravolgere vite ormai tranquille o quasi. I casi di Olindo Romano e Rosa Bazzi, l’omicidio irrisolto di Serena Mollicone, la serial killer infermiera di Piombino, sono solo alcuni dei casi che sollevano dubbi e per i quali si paventa la revisione processuale. Perché l’idea di saper un innocente in carcere è cosa non accettabile né per chi la subisce, né per una società civile. È noto, agli addetti ai lavori, che nel nostro processo penale gli indizi per assurgere a prova devono essere “gravi, precisi e concordanti” ovvero il procedimento indiziario deve muovere da premesse certe, nel senso che devono corrispondere a circostanze fattuali non dubbie e, quindi, non consistere in mere ipotesi di verosimiglianza (Cassazione n. 42923 del 28/10/2009). Ciò purtroppo non basta a far sentire tranquillo il mal capitato di turno, che si ritrova tra le maglie strette del processo penale, che negli ultimi tempi è diventato anche mediatico. Nessuno, purtroppo, gli potrà garantire una sentenza giusta, come nessuno potrà garantire alla parte civile che l’assassino (quello vero) sarà assicurato per sempre alla giustizia.

 

Direi quasi, a questo punto, che ci troviamo di fronte ad una giustizia impazzita, affamata che cerca a tutti i costi il capro espiatorio da consegnare alla giuria mediatica. Sì, perché il paradosso di questo tempo è che i processi si celebrano nei salotti televisivi, con gli esperti di turno come se fosse un gioco di società, divisi tra colpevolisti e innocentisti.

 

Sappiamo che la verità processuale non sempre coincide con la verità storica dei fatti, ma piuttosto che sapere un probabile innocente in carcere preferirei sapere che la giustizia ha fatto un passo indietro.

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