Una breve critica al liberalismo
- Cosimo Giorgio Romano
- 8 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 17 mar
In uno dei miei precedenti articoli, appellavo come uno dei più perfetti e brillanti liberali il nuovo D.O.G.E, per ironia della storia cieco nuovamente, allo stesso modo cioè di Enrico Dandolo, doge di Venezia che da cieco partecipò alla quarta crociata. Ma quali sono i fattori che rendono Musk tale, nonostante il suo “saluto” e il suo appoggio a movimenti della destra estrema europea? Innanzitutto, questa orrenda creatura, simile alla belva dell’Apocalisse di Giovanni, non poteva che svilupparsi negli Stati Uniti, cioè in quella culla in cui il liberalismo ha donato i suoi più che secchi frutti. I più vedono quello scempio che si appella a Stato, in cui il 10% delle famiglie più ricche detengono il 60% di tutta la ricchezza (dato del 2022), come uno dei più graziosi e perfetti modelli da imitare: che un Dio ce ne salvi! Già il vecchio Platone, nella sua celebre Repubblica, tentò di ammonire quello Stato in cui la disuguaglianza tra ricchezza e povertà è netta, perché in quello Stato, che non è uno ma molti, la contesa è pressoché presente e la pace non è mai vera. Ma noi siamo i vinti e i moderni patrioti guardano in basso: patrioti sì, contro i barconi ma genuflessi contro i capitali stranieri. «Guai a voi, anime prave!» direbbe il celebre fiorentino.
Questa forma politica, ad oggi fiera un po’ ovunque, ha le sue radici sia nella Rivoluzione americana che in quella francese. Ma mentre nella prima ha dei contorni romantici, quasi da essere un’eccezione, dacché questa forma assume il ruolo di una lotta per la liberazione dalla dominazione britannica, quella francese richiama il vero spirito del liberalismo. Sebbene le due siano accumunate da un sostrato comune, giacché sono borghesi entrambe, contengono una sottile, ma ben rigida, differenza. Mentre nel nuovo mondo il liberalismo rappresenta la base futura su cui imbastire uno Stato, dopo, come detto, una lotta per l’autodeterminazione, in Francia questa lotta ha per oggetto l’eliminazione dell’assolutismo monarchico. Il liberalismo rappresentò, per i borghesi francesi, una nuova forma di libertà, dacché a quella politica si aggiunse quella sociale. Seguendo le argomentazioni del Marx, la storia altro non è che storia di lotta di classe, in cui una classe si sostituisce ad un’altra. In Francia, dopo l’allontanamento della figura del sovrano, alla libertà di palazzo si aggiunse la libertà del profitto. E con lo sgretolamento dello Stato assoluto, gli asset principali, prima detenuti de facto dal monarca, passarono, de Jure, a quella nuova classe che già contava qualcosa, la moderna aristocrazia, i borghesi. Non cambiò praticamente nulla, ma solo un nuovo linguaggio. Hegel nei suoi scritti, denunciò il carattere attuato della rivoluzione: quella che un tempo, in età giovanile, salutò con gioia, si rivelò il contrario di ciò che era chiamata ad assolvere.
Il liberalismo rappresenta la mina principale di tutti quei diritti che era, ed è, chiamato a difendere. Tutti quei diritti che si fondano sull’inalienabilità della persona sono e devono essere considerati naturali, e non oggetto di una visione politica ben definita, come lo è per il liberalismo. Dietro la maschera progressista, in cui quei diritti vengono portati d’innanzi, si nasconde un viso orrendo, il volto della libertà economica. Una libertà che fa a brani lo spazio pubblico, riducendolo sempre più. Si definisce “libera iniziativa”, quella cioè di interrare paletti in uno spazio sacro, il nostro, e all’interno dei quali erigere il proprio imperio. Sacro è il Dio e la vita e non la proprietà. Ma cosa rimane di quest’ultimi, di quei diritti inviolabili del soggetto, se la struttura economica del singolo è inesistente o fatica a rimanere in piedi? Utilizzando la grammatica marxiana, l’impianto valoriale della sovrastruttura, cioè di tutte quelle idee filosofiche, economiche, religiose o politiche, risente, inevitabilmente, della situazione strutturale economica della singola persona. Come può l’ultimo degli ultimi avere simpatie politiche, credere in qualche entità universale benevola, condividere sistemi filosofici razionali se ad ogni mese deve attuare voli pindarici per sopravvivere? Cosa se ne fa del diritto ad essere persona, del diritto di voto e della piena licenza a mezzo di stampa se il desco fatica a riempirsi? Il pericolo principale di questo “stato di cose” è inquietante, giacché, in questo modo, l’uomo perde la sua stessa natura, mutandosi ad animale qualunque.
Musk è un brillante e perfetto liberale, dacché ha l’intimo obiettivo di fagocitare sempre più questo spazio pubblico, soprattutto in uno Stato in cui il pubblico è già messo a dura prova o è pressoché inesistente. Ad eccezione delle armate, solo la difesa da un nemico inesistente è un bene comune. L’appoggio di Musk ad AfD in Germania non è sintomo di un passato oramai sepolto, ma di una comune visione di come dovrà andare il mondo. Privatizzare e ancora privatizzare, questo è il loro motto, affinché di nostro non rimanga nulla. Ma dove il nostro manca cosa resta della democrazia?
Tutte le cose vengono meno e muoiono non perché così è voluto o perché ubbidiscono alla sola legge biologica, ma perché se ne fa un eccesivo uso dimenticando di curare il resto. Platone, nuovamente nella sua Repubblica, ci dice che a rovinare uno Stato è l’insaziabilità del proprio contenuto che è chiamato a costruire e a difendere. Per la democrazia è l’eccessivo abuso di ciò che la democrazia considera il bene supremo, la libertà, ciò che la porta alla scomparsa. Questa incontrollabile insaziabilità di libertà, la quale si trasforma in una lotta su ciò che è mio o tuo, porta alla creazione di monopoli, a centri di potere i quali si scontrano tra loro. E tutto ciò che esce da una lotta non è un bene, non è un paradiso in cui sgorga latte e miele, ma un nuovo monarca. E i monarchi si decapitano!