Un Sanremo dimenticabile
- Rita Salomone
- 17 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 17 mar
Si è conclusa la manifestazione canora con magno gaudio della Rai per gli ascolti, un po’ meno per noi spettatori con un’edizione dimenticabile. La serata finale ha decretato come vincitore Olly, giovane cantante genovese già dato tra i favoriti alla vigilia, secondo l’outsider Lucio Corsi, che finalmente ha avuto la ribalta che meritava, vincitore del premio della critica Mia Martini e infine, a chiudere il podio, Brunori Sas che porta a casa il premio come miglior testo del Festival.
E così di questo Sanremo, il più conservatore e asciutto che si ricordi degli ultimi anni, non ci resteranno molte tracce in futuro, per i pezzi non proprio memorabili (salvo poche eccezioni) e per la totale assenza di qualsiasi guizzo o polemica, come se fosse una pratica burocratica da sbrigare in fretta. E se da un lato il Festival con i suoi numeri premia la gestione Conti, grazie anche al sistema Auditel modificato a fine 2024, dall’altro lascia noi spettatori insoddisfatti dello spettacolo mancato. Sia perché oramai i superospiti internazionali, Duran Duran a parte, non ci sono stati, sia perché Conti era pronto a fulminare con lo sguardo chiunque avesse provato a perdere qualche secondo in più, a fare una battuta, a uscire un po’ fuori dai binari che la Rai aveva sapientemente costruito in questi mesi per evitare tutte le “follie” della gestione Amadeus. E, tra un ringraziamento alle forze armate, un ricordo di qualche cantante o artista defunto, una fiction da promuovere, Conti ha portato a casa il suo successo, ha svolto il suo compitino alla perfezione da bravo aziendalista, con buona pace del pubblico che avrebbe gradito qualche sorpresa e qualche emozione in più. Fra le altre cose Conti, sempre così attento, ha spesso usato dei modi non proprio aderenti al bon-ton, specialmente durante la sera delle cover in cui ha molte volte liquidato rapidamente cantanti e ospiti dei duetti con dei saluti ridotti al minimo sindacale (vedi Lucio Corsi o la prima esibizione di De Andrè). Conti ha costruito una solida struttura (con l’apparente esigenza di eliminare i fronzoli per dare spazio finalmente alla musica e ai cantanti) in cui i tempi paramilitari hanno eliminato di fatto le polemiche, grazie anche all’ assenza di monologhi, tanto cari alla gestione Amadeus, i quali anche se noiosi e retorici hanno spesso innescato discussioni e riflessioni, più o meno profonde, su temi e problematiche differenti.

Come ha dichiarato Riccardo Bocca, più che un Festival della restaurazione si è trattato di un Festival della rimozione del collettivo (politica, società), in cui il collante è stata l’ostentazione del personale (figli, famiglia, malattia). La nobilitazione di essere genitori, rigorosamente nell’ambito della famiglia tradizionale, è stato sicuramente il leitmotiv del Festival (che si trattasse di ospiti, co-conduttori o cantanti poco importa), come se questa condizione fosse una patente di bontà o di onestà con un valore, non solo all’interno della manifestazione canora, ma anche nella vita. D’altra parte, invitare i bambini sul palco andrebbe centellinato se non addirittura evitato perché, se da un lato ci si muove verso un effetto simpatia e tenerezza, si tratta pur sempre di strumentalizzazioni a fini emozionali, cosa che ha francamente stufato. Inoltre, la televisione, probabilmente il media più maturo, dovrebbe iniziare a dare qualche lezione in merito all’esposizione corretta dei bambini, continuamente ostentati sui social, a volte senza freni.
In definitiva, oltre alle poche emozioni, cosa ci lascia questo festival? Sicuramente una gara ancora una volta in mano ai giovani che anche quest’anno hanno decretato il vincitore, segno che questa fascia di pubblico è ancora attratta dalla manifestazione, un aspetto sicuramente positivo da preservare nelle prossime edizioni. Se ne facciano una ragione i millennials e i più âge, rimasti di stucco (conduttori compresi), quando, alla lettura della classifica finale, Giorgia è rimasta fuori dai finalisti. Per un attimo abbiamo tutti sperato in un replay dell’indimenticabile finale del Festival del 2010, la poco fortunata edizione condotta dalla Clerici, in cui il pubblico protestò animatamente e l’orchestra gettò via gli spartiti nel momento dell’annuncio della terzina finalista. A dimostrazione che anche un Festival mediocre in termini di ascolti e canzoni può rimanere negli annali, una sorte che probabilmente non toccherà all’edizione 2025.