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Turchia, Erdogan reprime il dissenso. Ancora

La Turchia si trova di fronte a una nuova ondata repressiva sotto il governo di Recep Tayyip Erdogan. L’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, con l’accusa di corruzione, ha scatenato proteste in tutto il paese, ma la risposta del governo è stata brutale: oltre 1400 arresti, un divieto assoluto di manifestazioni politiche e persino la detenzione di giornalisti che documentavano gli eventi.


Il divieto imposto fino al 1° aprile e la violenta repressione della polizia che ha usato cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti, sono il segnale di una stretta autoritaria sempre più marcata. Erdogan, dopo più di vent’anni al potere, sta usando ogni mezzo per soffocare il dissenso e consolidare il controllo sul paese. L’arresto di Imamoglu, suo principale avversario politico, avviene in un contesto in cui l’opposizione viene sistematicamente eliminata.

 

Il sindaco di Istanbul, figura di spicco del CHP, il partito laico di opposizione, è stato arrestato pochi giorni prima della sua nomina ufficiale a candidato per le presidenziali del 2028. Una coincidenza difficile da ignorare: Imamoglu rappresenta una minaccia concreta per Erdogan, avendo già sconfitto il suo partito nel 2019 in una delle città chiave della Turchia. Ora, con la sua detenzione, il governo mira a neutralizzare ogni possibile concorrente politico. Ma la repressione non si è fermata ai soli esponenti dell’opposizione. Giornalisti come Yasin Gul e Bulent Kilic sono stati incarcerati per aver documentato le proteste, un chiaro attacco alla libertà di stampa. Organizzazioni come Reporter senza Frontiere denunciano una situazione sempre più grave, con la Turchia che si allontana dai principi democratici e rafforza la censura contro qualsiasi voce critica.

 

Erdogan ha definito le proteste un “caos da reprimere” e ha promesso conseguenze per chiunque contesti il suo governo. Intanto, l’UE ha lanciato un appello affinché Ankara rispetti la democrazia, ma la deriva autoritaria del regime sembra ormai inarrestabile.

kremlin.ru, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
kremlin.ru, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons


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