top of page

Trattative sull’Ucraina. Con gli occhi sull’Indopacifico

Aggiornamento: 17 mar

La telefonata tra Trump e Putin ha avuto effetti dirompenti. Non tanto perché è avvenuta - tutti se l’aspettavano prima o poi - quanto per la rapidità con cui è avvenuta. Si è letto un po’ ovunque di una cessione dell’Ucraina da parte di Trump “al suo amico” Putin. Certamente il presidente americano avrebbe potuto e dovuto trattare diversamente Zelensky, a cominciare dalla richiesta di terre rare ucraine in cambio dell’aiuto statunitense. Terre rare che, oltretutto, si trovano in gran parte in Donbass. Il presidente ucraino avrebbe dovuto essere sentito prima dell’omologo russo, non foss’altro per rispetto verso un popolo che sta pagando un tributo di sangue e devastazione immani. Tuttavia, una logica dietro a tutto questo ci starebbe, e non è il semplicistico abbandono di Kyiv.

President Of Ukraine from Україна, CC0, da Wikimedia Commons
President Of Ukraine from Україна, CC0, da Wikimedia Commons

Washington vorrebbe procedere con il riavvicinamento di Mosca per allontanarla da Pechino, unico avversario capace di sfidare gli USA a livello globale. La Cina, in grave crisi interna, trarrebbe troppi benefici da una Russia giocoforza appiattita su di essa: dalla vendita di combustibili fossili e materie prime al di sotto dei prezzi di mercato, a possibili (probabili) cessioni di informazioni rilevanti nei settori missilistico e dei droni, cruciali in una guerra per Taiwan, sino all’accesso alla rotta artica. Oltretutto, per motivi razziali e storici, nelle stanze del potere moscovita non piace una tale dipendenza dalla Cina. Anche Pechino non ha buoni rapporti con l’ingombrante vicino: le città russe al confine lungo il fiume Amur per la Cina hanno ancora toponimi cinesi e le mire sulla Siberia meridionale, persa per mano russa, non sono mai terminate. Spazio di manovra per allontanare Xi e Putin c’è.

 

Il piano di pace di Trump non si conosce, ma parrebbe soddisfare molte delle richieste russe, cosa che non sembrerebbe saggia. Non tanto perché Mosca possa espandere il conflitto, rischio esistente ma assai poco probabile. Piuttosto perché, anche se si deve essere realisti riconoscendo la vittoria russa solo sul piano tattico (Kyiv, a meno di un intervento della NATO boots on the ground, non può riprendere i territori occupati), dopo la disastrosa sconfitta in Afghanistan questa sarebbe una nuova dimostrazione di debolezza degli USA. Le implicazioni di ciò non sono tanto in Europa - che comunque l’America, al di là delle dichiarazioni, non può abbandonare – quanto nell’Indopacifico.

Giovedì 13 febbraio Trump ha affermato che Taipei ha ottenuto un dominio sleale nella produzione di semiconduttori, portando via dagli USA questa filiera. Dopo aver detto più volte nei mesi passati che Taiwan dovrebbe pagare l’America per la propria sicurezza, Trump ha aggiunto ancora che Taipei deve aumentare le spese per la difesa. Insomma, non una garanzia per il presidente taiwanese Lai Chin-te. Proprio in questo contesto, con gli Stati Uniti che sembrerebbero di nuovo diminuire la loro credibilità, la Cina, seppur in crisi, potrebbe tentare il colpo di mano su Taiwan. Questa, a differenza dell’Ucraina, sarebbe la sconfitta strategica per Washington: salterebbe il pilastro centrale del contenimento nei confronti di Pechino.

 

E l’Europa? Non pervenuta. Spaccata tra gli oltranzisti antirussi (Polonia, Baltici e vicini), e i più morbidi membri occidentali dell’UE, con Francia, Germania e in parte Gran Bretagna che attraversano gravi turbolenze politiche, e Paesi apertamente vicini a Mosca (Ungheria, Slovacchia e Austria). I vertici dell’UE sembrano capaci solo di dichiarare che l’Unione deve essere presente al tavolo delle trattative e di pubblicare post su X in cui si afferma ancora che l’Ucraina deve tornare ai confini pre 2014. Risultato? Palesare lo scollamento dal principio di realtà e, ancora una volta, l’irrilevanza strategica dell’Unione.

Unisciti ai canali

  • Instagram
  • Facebook
  • Whatsapp
bottom of page