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“Scusaci tu per non averti capito”

«La verità, Presidente, è che io mi vergogno, mi vergogno di appartenere ad una società in cui un ragazzo non trova un altro modo per affogare il suo malessere e togliersi la vita. La società in cui se non sei performante, se non eccelli in qualcosa, se non sei un duro [...] non conti niente.»


- Anna Bilotti, senatrice del Movimento 5 Stelle


Queste sono le parole della senatrice Anna Bilotti in seguito alla tragedia avvenuta nel campus di Fisciano dell’Università degli Studi di Salerno: un 27enne si è lanciato nel vuoto. 


Restiamo ancora una volta senza parole, eppure, nonostante tutto, le parole dobbiamo trovarle e difatti la senatrice Bilotti, con profondissima umanità, ha provato a cercarle. Personalmente, ritengo che sia fondamentale fermarci a riflettere sulla questione sollevata da questa e da altre tragedie.

 

La senatrice denuncia un aspetto cruciale della nostra società, ovvero l’importanza che viene data alla performance. Potremmo dire che, ormai, l’unica cosa che conta è la forma; pochi fanno attenzione al contenuto. Ormai c’è questa tendenza, supportata anche dall’utilizzo dei social, a mostrare solo la punta dell’iceberg, senza andare in profondità nel vissuto di ogni giorno. Ed ecco, questo è molto rischioso, soprattutto per le giovani generazioni che si affacciano alla vita adulta. Il problema è che, soprattutto attraverso i social, si mostrano solamente i progressi e questo non fa che aumentare l’aspettativa sociale per cui come persona conti qualcosa solamente se in regola con gli esami universitari, solamente se hai una media altissima; un’aspettativa già esistente, ma rafforzata da chiunque continua a predicarla, un credo che vede ogni studente semplicemente come un numero, una matricola, la cui importanza dipende dalla sua media ponderata, tutto qui. Non si vede oltre, non riusciamo più ad andare oltre, oltre i numeri, oltre il voto, oltre la performance. Chi c’è dietro? Cosa si nasconde nel vaso di Pandora? Chi era il ragazzo che si è tolto la vita? Cosa stava vivendo?

Il problema, a parer mio, è che non ci poniamo questi interrogativi e, non ponendoceli, facciamo in modo di non offrire alternative a tutti coloro che, per un motivo o per un altro, si sentono persi. Viviamo in una società in cui lo stigma nei confronti della salute mentale è ancora alto e questo ad oggi rappresenta davvero un problema, perché se come società non riusciamo ad affrontare un ostacolo così dilagante, se come esseri umani non riusciamo ad avere empatia per porci le giuste domande, se non riusciamo a offrire alternative, allora abbiamo fallito, abbiamo perso il vero senso della parola “Società” e abbiamo sottratto questo senso ad ogni vita che decide di farla finita.

 

Rivolgo un pensiero a questo ragazzo, a tutti coloro venuti prima di lui e a coloro che in questo momento si sentono persi. A tutti costoro mi rivolgo con le parole della senatrice Bilotti:

«Scusami. Scusaci tu per non averti capito, per continuare a non capire quanto è duro il mondo per quelli normali.»

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