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“Nel mezzo del cammin di nostra vita”

Aggiornamento: 17 mar

“Nel mezzo del cammin di nostra vita”..


Quante volte abbiamo sentito leggere questo celebre attacco dell’altrettanto celebre poema dantesco, inconfondibile inizio di uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi.


Ma quanti di noi, pensando a quelle prime terzine, hanno veramente compreso la portata del messaggio di Dante, credendo che quel suo viaggio nell’oltretomba fosse solo una geniale trovata letteraria, usata dall’autore per parlare apertis verbis dei mali del suo tempo? Oppure è facile immaginare che la maggioranza dei suoi lettori abbia inteso davvero che la “selva oscura”, che è la prima immagine con cui il poeta fiorentino apre il canto, l’abbia scolasticamente intesa come allegoria del peccato, considerato come la condizione per eccellenza di smarrimento nella sua mentalità di autore e credente pienamente appartenente alla sua epoca. Salvo poi restare un po’ confusi quando ci si imbatte, all’interno del medesimo canto, nelle famose “tre fiere” (la lonza, il leone, la lupa) altrettanto allegoricamente associate a tre dei vizi capitali, che impediscono di fatto a Dante-personaggio di uscire da quella selva e salire verso “il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia”, tradizionalmente associato dalla critica alla condizione opposta al peccato, ossia la libertà e la virtù.

Domenico di Michelino , CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
Domenico di Michelino , CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Noi crediamo che ci sia un modo per risolvere questa apparente aporia, questa sorta di sovrapposizione tra selva e fiere nel rappresentare il male morale, che tiene l’uomo prigioniero del peccato: ed è considerare con maggiore attenzione le caratteristiche che l’autore attribuisce a quella selva. Egli la chiama anzitutto “oscura”, associandola dunque ad un’immagine non a caso opposta a quella della luce e in ogni caso afferente all’area semantica della visione, o meglio ancora al senso concreto della vista: la selva è un luogo in cui non è possibile vedere chiaro, che per questo genera lo smarrimento (che la diritta via era smarrita) e non sembra esserne la mera conseguenza. Un luogo fisico dunque, percepibile anche attraverso gli altri sensi. Tant’è vero che appena nella terzina successiva egli la definisce con aggettivi inequivocabilmente associati al senso del tatto (ahi quanto a dir qual era è cosa dura), del gusto (esta selva selvaggia et aspra et forte; [...] tant’è amara che poco è più morte) e si potrebbe dire anche dell’udito, se consideriamo la fitta serie di suoni consonantici anch’essi aspri, legati all’allitterazione della S e della R (eRa, duRa, eSta Selva Selvaggia; aspRa et foRte; amaRa; moRte). La concretezza di tale pericolo genera inevitabilmente nel personaggio la reazione della paura (ch’al sol pensieR Rinnova la pauRa).


Dunque la nostra tesi è che l’autore con tale immagine abbia voluto evocare un’esperienza reale, un fatto, un avvenimento afferente la vita (un fallimento, un incidente, una delusione, un lutto) al cui contatto l’uomo-Dante, nella fragilità che lo accomuna a tutti noi suoi lettori e che lo rende perciò stesso così inspiegabilmente “contemporaneo”, racconta di essersi perso e di aver così più facilmente prestato il destro a quelle insidie che inevitabilmente si incontrano nel cammin di nostra vita e che possono portare l’uomo ad allontanarsi dalla retta via della giustizia, del bene, della vita piena (o, come la chiamerebbe Massimo Recalcati, della “vita viva”), della convivenza pacifica con gli altri esseri umani. L’esperienza che fa a quel punto Dante è quella che fanno tutti gli esseri umani allorquando per la “debolezza della carne” (come la definisce San Paolo) non compiono più il bene che vogliono, ma fanno il male che non vogliono e perdono la bussola del loro orientamento nella vita. Talvolta, la causa di tale smarrimento può essere l’impatto con qualche situazione concreta che porta a destabilizzare anche la coscienza più granitica (come quella del Sommo poeta). Ma senza la presa di consapevolezza e l’accettazione di tale condizione, non sarà mai possibile aprirsi alle vie nuove, impreviste di salvezza. Lo afferma una coscienza ormai matura, quella del Dante-autore, che riconosce a posteriori proprio in tali circostanze l’occasione offertagli per scoprire un bene più grande, di tale forza e novità da rendere impossibile tacerne il racconto (“Ma per trattar del BEN ch’io vi trovai, dirò delle altre cose ch’io v'ho scorte”).

Clément Bardot, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Clément Bardot, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Di che natura sia questo bene, egli non lo rivela subito ai suoi lettori. Ma non può fare a meno, fin da subito, di indicare nell’incontro personale con “colui che per lungo silenzio parea fioco”, ossia Virgilio, il modo da lui sperimentato di trovare la strada imprevista della sua salvezza. Come a dire, “nessuno si salva da solo”: nessuno è in grado di capire, senza mettersi davanti allo specchio di un amico sincero, quale sia la via d’uscita (“A te conviene tenere altro viaggio”/ rispuose [Virgilio] poi che lagrimar mi vide / “se vuo’ campar d’esto loco selvaggio”).

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