Le mire di Trump su Groenlandia e Canada per contrastare le “Vie della Seta Polari”
- Francesco Narcisi
- 8 feb
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 17 mar
«Non so bene che diritto abbia la Danimarca su di essa [ndr. La Groenlandia], ma sarebbe un atto molto ostile se non lo permettessero [ndr. Il controllo americano sull’isola], perché è per la protezione del mondo libero […] Penso che otterremo la Groenlandia perché ha a che fare con la libertà del mondo […] Non ha niente a che fare con gli Stati Uniti se non per il fatto che siamo noi quelli che possono fornire la libertà. Loro non possono»[1]. «Non posso assicurarvi [di escludere l’uso della forza] nei confronti di nessuno dei due [ndr. la Groenlandia e Panama]. Ma posso dire che ci servono per la nostra sicurezza nazionale»[2].
«Mi piacerebbe vedere il Canada come il cinquantunesimo Stato. I Canadesi ne beneficerebbero molto, avrebbero una diminuzione delle tasse, che lì sono molto alte, e maggior protezione»[3].
«La Cina controlla il Canale di Panama. La causa non è tanto la Cina, quanto Panama che ha stupidamente violato gli accordi. Per questo ce lo riprenderemo»[4].
Sono solo alcune delle ultime dichiarazioni di Trump, che abbiamo imparato a conoscere dal suo insediamento. Esternazioni tipicamente trumpiane, infarcite di esagerazioni e false informazioni. Tuttavia, dal punto di vista americano esistono ragioni non da poco per preoccuparsi dei Paesi nominati, e in ognuno di essi la Cina gioca un ruolo rilevante. Cercheremo quindi di capirne il motivo.

A Groenlandia, Canada e Panama si deve aggiungere il Messico, non (ancora) minacciato di annessione, ma “solo” di dazi al 25%. Come per il Canada, anche per il Messico le minacce si sono trasformate in realtà. In entrambi i casi però i dazi sono stati congelati per un mese a fronte di assicurazioni per mettere in sicurezza – tanto dal fentanyl quanto dall’immigrazione - i confini con gli USA. Trudeau ha definito la chiamata con Trump di lunedì 3 febbraio “buona”, e ha assicurato che, come la Presidente messicana, dispiegherà dieci mila soldati al confine. Trudeau ha dichiarato anche che implementerà la sicurezza frontaliera – per cui già si spendono 1,3 miliardi di dollari – con «una nuova direttiva di intelligence su criminalità organizzata e fentanyl», sostenuta da ulteriori 200 milioni di dollari.
I casi di Messico e Canada confermano che Trump usa i dazi, anche nei confronti di Paesi non avversari, come strumento per costringerli a piegarsi alle esigenze americane. Agire molto discutibile, sfacciatamente muscolare, ma che dà frutti.
Groenlandia
La Cina di Xi Jinping è da sempre interessata all’Artico. Nel 2013 è diventata osservatore del Consiglio Artico; nel 2018 è stato pubblicato il primo paper cinese sulla strategia artica: vi si promuovono le “Vie della Seta Polari”, si conia la definizione di Paese “quasi artico”, e si identificano i motivi di interesse per la regione artica, dalle risorse naturali alle rotte commerciali. È proprio quest’ultima la principale ragione della preoccupazione americana.

La Russia è giocoforza appiattita su Pechino, ne va della sua esistenza, con ben poco piacere nelle stanze del potere moscovita. A Washington sono convinti che la Repubblica Popolare, oltre alle contropartite energetiche, commerciali e presumibilmente militari (nel settore missilistico e dei droni, centrali nel caso di guerra per Taiwan), dalla Russia otterrebbe un’altra contropartita cruciale: l’accesso alla rotta artica, realizzando le “Vie della Seta Polari”. Dalle coste cinesi l’Europa sarebbe raggiungibile in un terzo del tempo attualmente necessario. Il vantaggio non sarebbe solo commerciale – e già basterebbe -, ma anche geopolitico: Pechino potrebbe aggirare facilmente il contenimento americano incontrato su Sud Corea, Giappone, Taiwan e Filippine.
Ebbene, gli USA, se Groenlandia (quindi Danimarca) e Canada non consentissero loro l’accesso alla rotta artica (rotta che, purtroppo, causa scioglimento dei ghiacci, è sempre più vicina all’apertura), rimarrebbero esclusi dalla corsa polare. Il danno per Washington sarebbe enorme. La Groenlandia rappresenta per gli l’America anche il più vicino grande giacimento di risorse energetiche e minerarie. L’isola è ricca di petrolio, gas e terre rare, necessarie per perseguire l’indipendenza dalla Cina nel settore dei microchip, in cui Pechino è ancora leader.
Per questi motivi Trump spinge ossessivamente per l’acquisizione della Groenlandia, non escludendo l’uso della forza in nome della difesa della libertà del mondo. Ritorno all’eccezionalismo americano in chiave assertiva, ben diverso da quello di Biden democrazie vs autocrazie. L’uso della forza creerebbe un precedente mai immaginato in quanto la Danimarca, a cui appartiene la Groenlandia, è membro NATO. Presumibilmente, quindi, non si arriverà a tanto.
Piuttosto, gli USA potrebbero spingere per l’indipendenza della Groenlandia, usando il risentimento della popolazione locale per la Danimarca – che da sempre sfrutta l’isola, commettendo non di rado soprusi nei confronti dei groenlandesi. La Groenlandia diventerebbe così una sorta di Porto Rico. Altrimenti, l’America potrebbe procedere direttamente con l’acquisto dell’isola, pratica ben conosciuta a Washington – si vedano i casi di Louisiana, Florida, Texas e Alaska – e forse più congeniale al modus operandi imprenditoriale di Trump.
Ad ogni modo, la questione groenlandese sarà un grattacapo non da poco per gli Stati Uniti, non di facile e pronta risoluzione.
Canada
Anche il Canada è diventata una preoccupazione per gli USA. Il motivo? Sempre la Cina. Pechino, impelagata nella crisi interna e non potendo sfidare direttamente Washington, si è interessata ad Ottawa nell’ambito dell’offensiva commerciale sul continente americano. Lo scorso luglio, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato in Cina l’omologa canadese Mélanie Joly, primo viaggio cinese di un Ministro degli Esteri di Ottawa in sette anni. Il Canada ha accettato l’invito, cosa che già sottolineava la volontà di non chiudere a priori a Pechino. Poi, di fronte alla proposta cinese di riprendere non solo i rapporti, ma di creare anche una partnership economica strategica tra Pechino e Ottawa, quest’ultima non ha declinato come avrebbero voluto gli USA. Washington non può assolutamente rischiare la creazione di forti e stabili rapporti tra il Canada e la Repubblica Popolare, nel suo giardino di casa.
Secondo le roboanti dichiarazioni di Trump, dal Canada entrerebbe molto fentanyl. Si tratta però di un’informazione non suffragata da dati. Le autorità canadesi hanno rilevato un aumento di organizzazioni criminali (circa cento) che producono l’oppioide in Canada, ma secondo la polizia di frontiera americana nel 2024 sono passati solo 19 kg di fentanyl. Uno smercio non proprio insostenibile. Oltre al già citato accesso alla rotta artica, la vera motivazione della pressione sul Canada sarebbe piuttosto la penetrazione cinese nel continente americano.
[1] I. Aikman, Trump says he believes US will 'get Greenland', in www.bbc.com, 26 gennaio 2025.
[2] A. Davies, M. Wendling, Trump ramps up threats to gain control of Greenland and Panama Canal, in www.bbc.com, 8 gennaio 2025.
[3] Trump: 'I would love to see Canada be the 51st state', in www.nbcnews.com, 24 gennaio 2025.
[4] ‘We’re Taking It Back’: Trump Renews Threat to Seize Panama Canal, in www.wsj.com, 3 febbraio 2025.