La giustizia sotto attacco: in pericolo il diritto internazionale
- Davide Inneguale
- 13 feb
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 17 mar
La Corte Penale Internazionale (CPI) è nata con l’obiettivo di garantire giustizia per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità, rappresentando un pilastro fondamentale della giustizia internazionale. Tuttavia, negli ultimi tempi il suo ruolo è stato messo in discussione dai leader mondiali più autoritari, spesso esponenti delle destre globali, che ne contestano la legittimità e ne ostacolano il lavoro.

L’ultimo episodio arriva dagli Stati Uniti, dove Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per imporre sanzioni economiche contro la CPI, accusandola di “azioni illegittime e senza fondamento”. Un atto senza precedenti, che non solo mina l’indipendenza della Corte, ma rappresenta un chiaro segnale di disprezzo verso il sistema multilaterale di giustizia. L’Unione Europea, per voce di Ursula von der Leyen e António Costa, ha condannato duramente questa decisione, ribadendo il proprio sostegno alla CPI e il suo impegno per combattere l’impunità a livello globale.
Ma le difficoltà della Corte non arrivano solo da Washington. Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu ha apertamente sfidato la CPI dopo l’emissione del mandato di arresto nei suoi confronti per i crimini di guerra a Gaza. Netanyahu ha accusato la Corte di “antisemitismo” e di voler criminalizzare un leader democraticamente eletto, un argomento ripreso e amplificato da esponenti delle destre sovraniste in Europa e negli Stati Uniti. Matteo Salvini, intervenuto a Madrid al summit dei Patrioti, ha attaccato la CPI, sostenendo che “mette sullo stesso piano i terroristi di Hamas e un premier democraticamente eletto come Netanyahu”. Una narrativa pericolosa, che cerca di screditare l’imparzialità della giustizia internazionale e di rafforzare l’idea che i leader eletti non possano essere giudicati e condannati per le loro azioni.
Anche in Italia, il governo Meloni ha espresso perplessità sull’operato della CPI, con il vicepremier Antonio Tajani che ha persino "smentito" la Corte in relazione al caso Almasri. Questo tipo di atteggiamento, che tende a mettere in discussione il ruolo della CPI solo quando tocca leader o governi amici, contribuisce a delegittimare l’istituzione e a indebolire il principio di giustizia universale.
Questi attacchi fanno parte di una tendenza più ampia: le destre globali, sempre meno liberali e sempre più autoritarie, vedono nel diritto internazionale e le magistrature un ostacolo alla loro visione del potere. Il modello “Trump”, basato sul disprezzo per le istituzioni multilaterali e sulla difesa di una sovranità nazionale assoluta, sta prendendo piede in Europa e oltre, con conseguenze gravi per il rispetto del diritto internazionale.
Se la CPI perde credibilità, chi garantirà giustizia per le vittime di crimini di guerra? Se i leader mondiali possono sfuggire alla giustizia con la scusa della sovranità, quale futuro attende il diritto internazionale? Questa non è solo una questione giuridica, ma una lotta per la tenuta dell’ordine mondiale basato sulle regole. L’Europa, per ora, sembra intenzionata a difendere la CPI. Ma il rischio è che, con il rafforzarsi di movimenti nazionalisti e sovranisti, la giustizia internazionale venga relegata a un ruolo marginale, soggiogata al potere dei Governi più influenti.