L’evoluzione dei salari medi italiani: male ma non malissimo
- Elio Litti
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Hanno fatto scalpore i dati resi noti dall’OCSE (l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo) che vedono come l’Italia sia la sola tra le grandi economie, che ha visto decrescere il suo salario medio nazionale, nel ventennio dal 2000 al 2022. È una boutade o una notizia vera?
La risposta è ni.
In effetti andando a leggere la fonte, l’Italia non solo si trova al penultimo posto dei paesi del G7 in quanto a salario medio a parità di potere d’acquisto (dietro solo il Giappone), ma è anche l’unico paese in cui dal 2000 al 2022 questo salario è diminuito dello 0,9%. Situazione anni luce distante rispetto agli incrementi dei salari medi di Germania (+14,8%), UK (+20,1%) Francia (+20,8%) USA e Canada che si assestano su crescite prossime al +27%. Anche qui solo il Giappone fa quasi peggio dell’Italia con un misero +0.2%.
Ma quindi se è vero che l’andamento dei salari medi corretti per l’inflazione è catastrofico per l’Italia, perché è sbagliato dire che ci sia stata una reale decrescita? La risposta è nella statistica. Per misurare la distribuzione media della ricchezza pro capite di un paese, l’indicatore tra i peggiori possibili è proprio la media. In economia, infatti, si ricorre al molto più robusto indicatore della mediana, che in parole semplici corrisponde al numero centrale che si osserverebbe se si mettessero in fila ordinata decrescente tutti gli stipendi nazionali individuali. È noto che la distribuzione dei redditi non sia affatto equanime, la media viene pesantemente influenzata dalle diseguaglianze economiche del capitalismo contemporaneo, la mediana no! Se un paese fosse abitato da tre individui in cui uno guadagna 1, il secondo 5 e il terzo 1000 avremmo che lo stipendio medio risulterebbe 503, lo stipendio mediano sarebbe 5.
Osservando allora l’evoluzione dal 2005 al 2024 dello stipendio mediano a parità di potere di acquisto e corretto per l’inflazione, l’Italia risulta essere quart’ultima su 26 paesi europei considerati, ma registra comunque una crescita mediana del 52%, a fare peggio dell’Italia risulterebbe senza sorprese, la Grecia, ma Francia, Irlanda e Lussemburgo farebbero anche peggio dell’Italia. Seppure non primeggerebbe la classifica europea, l’incremento italiano è stato comunque oltre 5 volte maggiore di quello statunitense che ha avuto una crescita dei salari mediani di solo +10%, sostanzialmente completamente ribaltando la lettura dei dati OCSE.
In sostanza non è affatto detto che il modello di crescita statunitense debba essere preso ad esempio: la ricchezza complessiva è esplosa, ma questo è vero solo per una percentuale pulviscolare della popolazione: mentre il club dei miliardari ingrassa, i working poor aumentano.
In sintesi: l’Italia ha severi problemi di produttività del lavoro che genera scarso valore aggiunto a parità di ore lavorate (peggio di noi fa solo il Giappone con cui condividiamo una popolazione fortemente invecchiata). Tuttavia, i salari mediani italiani non sono affatto decresciuti negli ultimi anni, son cresciuti, anche se meno che in molte altre economie europee.
l’Italia piuttosto ha visto meno di altri paesi, l’esplodere di fortune multimiliardarie come, per esempio, negli USA in cui, al 2023, l’1% della popolazione possedeva oltre il 30% dell’intera ricchezza statunitense. In Italia ad oggi, la situazione non è cosi drammatica ma è in peggioramento: secondo il recente rapporto Oxfam, la concentrazione della ricchezza italiana continua ad aumentare: il 5% della popolazione detiene il 46% della ricchezza totale. secondo l’ISTAT le famiglie a rischio povertà ed esclusione sono il 22,8%, in aumento nel 2024.
Per analizzare lo stato di salute dell’economia di un paese va quindi osservata sia la sua ricchezza complessiva, sia la capacità che questo paese ha di redistribuirla.
