L’anarchia del potere
- Maddalena Pareti
- 19 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Il mondo al momento sta vivendo un forte terremoto internazionale. Gli stati democratici si stanno scontrando con la realtà istituzionale, ossia con il fatto che la sovranità appartiene solo parzialmente al popolo. Nei casi emergenziali, questo subisce le scelte delle classi dirigenti, spesso legate più al mantenimento dello status quo che alla tutela dei cittadini. Lo dimostra il modo in cui è stata gestita la comunicazione del riarmo europeo o i toni tutt’altro che diplomatici degli Stati Uniti nei confronti dei satelliti europei, il cui megafono è il presidente Donald Trump.
Una delle pellicole più crude e importanti per comprendere gli aspetti psicologici che spogliano il potere della sua retorica, enfatizzandone l’anarchia, è Salò o le 120 giornate di Sodoma del 1975, scritto e diretto dall’intellettuale Pier Paolo Pasolini.

In questo film viene raccontata, in modo allegorico, l’anarchia esercitata dai decisori nei confronti dei sottoposti.
L’opera cinematografica trae ispirazione dal romanzo Le 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade, un testo incompiuto composto durante la sua prigionia nella Bastiglia nel 1785. De Sade narra la perversione del potere in chiave grottesca, soffermandosi su prospettive sociologiche, filosofiche, letterarie e sociali, dando vita a uno dei lavori più provocatori della letteratura occidentale.
La storia raccontata da de Sade è ambientata verso la fine del regno di Luigi XIV. In quel periodo, la Francia era travolta da una forte crisi a causa dell’esaurimento delle sue risorse, che il sovrano aveva impiegato nelle numerose guerre combattute per mantenere alto il prestigio nel continente europeo, affamando però il suo popolo. Pasolini, dopo aver letto l’opera, decise di riprenderne la trama per trasporla a livello cinematografico. Il film avrebbe dovuto essere il primo lungometraggio della “Trilogia della morte” da lui pensata, un progetto che non vedrà mai la luce a causa del suo assassinio, ancora oggi avvolto nel mistero di cronaca o, come scrive Fabrizio De André, “una storia sbagliata”.
Salò è caratterizzato da un’intensa crudezza nella rappresentazione delle scene di violenza, tanto da risultare mal sopportato dagli spettatori. Inizialmente, fu considerato uno sbrigativo testamento poetico, che costò al regista lunghe persecuzioni giudiziarie.
La struttura del film è suddivisa in quattro parti, che richiamano l’Inferno dantesco: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue.
I protagonisti della pellicola sono quattro Signori, che rappresentano metaforicamente i poteri della Repubblica Sociale Italiana, meglio conosciuta come Repubblica di Salò. Questo regime collaborazionista con la Germania nazista sopravvisse dal 1943 al 1945 sotto la guida di Benito Mussolini.
I quattro personaggi principali sono il Duca, che configura il potere politico, il Vescovo, rappresentante del potere ecclesiastico, il Presidente della Corte d’appello, che incarna il potere giudiziario, e il Presidente della Banca Centrale, espressione del potere economico. Questi uomini incaricano i soldati repubblichini e le SS di rapire ragazze e ragazzi molto giovani, di età compresa tra i 15 e i 20 anni, provenienti da famiglie antifasciste. L’obiettivo è sigillarsi con i giovani in una maestosa villa di campagna isolata.
L’edificio diventa così un luogo all’interno del quale vengono legittimati gli abusi più atroci. Qui si instaura una dittatura sessuale per 120 giorni, tenuta in piedi e regolamentata da un Codice che impone alle vittime totale obbedienza, la cui violazione porta a subire sanzioni brutali. Le strazianti giornate sono accompagnate dai racconti di quattro Megere, ex meretrici di bordello, che alimentano con le loro storie le perversioni dei quattro uomini in quella che viene chiamata la Sala delle Orge.
Il Codice su cui si regge la crudele condizione degli abitanti della villa viene sottoscritto dai quattro Signori attraverso un patto di sangue. Essi suddividono i giovani in quattro gruppi: le vittime, i soldati, i collaborazionisti e la servitù. Le atrocità nei confronti dei rapiti proseguono fino all’epilogo del film. Il regista conclude la narrazione con le torture e l’omicidio dei ragazzi da parte dei sequestratori, rendendo la scena oltremodo disturbante con la rappresentazione degli assassini intenti a eseguire deliranti passi di danza, che richiamano alcune raffigurazioni dell’inferno nelle opere pittoriche medievali.
La pellicola si chiude con l’immagine di due giovani guardie che, ascoltando alla radio la melodia di una nota canzone degli anni Quaranta, Son tanto triste, si lasciano timidamente andare a dei passi di valzer.
L’opera di Pasolini fu oggetto di numerose critiche per via del tema controverso e del modo in cui è stato rappresentato, incentrato sulla sessualizzazione degli individui. L’intellettuale rispose alle accuse affermando che “il sesso è una metafora del rapporto che il potere ha con chi gli è sottoposto”. Aggiunse che, mediante il sadomasochismo di de Sade, intendeva riprodurre ciò che l’autorità fa con il corpo umano, mercificandolo fino ad arrivare all’annullamento dell’individuo stesso.
Questo concetto viene enunciato nel film nella figura del Duca, che dichiara: “La sola vera anarchia è quella del potere”. L’arbitrarietà del potere, per Pasolini, è dettata da necessità di carattere economico che sfuggono alle logiche comuni e si manifesta nell’inesistenza della Storia nella cultura eurocentrica, un altro tema delicato affrontato nella pellicola. Il poeta friulano denuncia la manipolazione del potere degli anni Settanta, che detesta perché, oltre ai corpi, si appropria delle menti, istituendo valori falsi come quello del consumo.
La Repubblica di Salò diventa un’allegoria dell’autoritarismo dei mezzi di comunicazione di massa, il cui fine è l’indottrinamento dell’individuo, privandolo di qualsiasi capacità di un pensiero autonomo e consapevolmente critico; persino l’opposizione degli intellettuali plasma gli ascoltatori in modo che anche la contestazione possa essere controllata. La coscienza, così, non può permettersi il lusso di praticare quell’anarchia concessa solamente a chi detiene il potere.
La critica di Pasolini si rivolge anche alla società di massa, che propone identità già confezionate con indumenti, un vocabolario ad hoc e riflessioni impacchettate per essere un deprimente oggetto di conversazione. Questo sistema esclude la possibilità di includere una diversità che non sia già stata prevista e che non possa sfuggire al controllo del potere, castrando qualunque forma di autenticità.
La pellicola del poeta porta lo spettatore a doversi confrontare con il fatto che non ha totale controllo del suo corpo. Nonostante le violenze che si osservano dai cellulari o dai media facciano spesso inorridire, i corpi e le menti dei cittadini continuano a essere utilizzati per il sostentamento del sistema di potere di riferimento, che sia uno stato, una multinazionale o un’associazione; questo rende l’individuo inattivo nella sostanza per concretizzare un reale intervento nei confronti di ciò di cui è appena venuto a conoscenza.
Il conflitto tra etica individuale e realtà sociale spesso non trova spazio nei pensieri delle collettività, poiché si evade con estrema facilità dalla relazione con se stessi utilizzando gli svaghi gentilmente concessi, come ad esempio Netflix o i social. Questi strumenti privano i consumatori di allenare una coscienza critica, rendendoli attendisti verso un’altra forma di potere a cui sottostare, decidendo nel frattempo se essere vittime, collaborazionisti, soldati o servitù.
La poetica del film ricorda che non c’è niente di più contagioso del male. L’attuale periodo storico, nel racconto che fa di sé, lo dimostra continuamente.