Immigrazione: un mondo senza migranti o senza confini?
- Carolina Pannullo
- 10 ore fa
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Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni il 2024 è stato l’anno in cui sono morti più migranti: in 12 mesi hanno perso la vita almeno 8938 persone, 2452 solo nel mar Mediterraneo. Sono numeri che fanno rabbrividire, soprattutto perché il più delle volte trattasi di tragedie annunciate. Il fenomeno migratorio occupa, ancora oggi, gran parte dell’agenda politica dei paesi europei, provocando non pochi problemi alle già fragili democrazie del vecchio continente. Allora viene da chiedersi se l’Europa potrà ancora reggere gli attuali flussi migratori con le politiche finora messe in campo, oppure riuscirà a fare un cambio di passo, considerando il fenomeno da un’altra prospettiva, ovvero non come problema da risolvere bensì come risorsa a cui attingere. D’altronde le migrazioni fanno parte della storia del mondo e solo negli ultimi quarant’anni il numero dei migranti internazionali è triplicato, assumendo un carattere differente a causa della globalizzazione.

L’elemento strategico utilizzato dai governi come politica di controllo, in questi ultimi anni, è stato senza ombra di dubbio la frontiera, ovvero il suo controllo. Così la frontiera è diventata un elemento decisivo sia per i responsabili delle politiche migratorie sia per coloro, il cui obiettivo era superarla ad ogni costo. L’avvento delle destre nazionaliste, in alcuni paesi del mondo, ha ovviamente acuito il problema, favorendo una criminalizzazione del migrante da respingere a tutti i costi, in nome di una presunta e direi “assurda” difesa della patria, che ha trovato la sua diffusione grazie alla rete, che è diventata un inevitabile strumento di diffusione delle paure legate allo straniero e ai pericoli derivanti dall’immigrazione.
Gli ultimi decenni ci hanno insegnato che la frontiera più violata è il mare, in particolare il mar Mediterraneo, uno dei mari più attraversati ma anche più infranti, che purtroppo custodisce nei suoi abissi migliaia di corpi, che nel tentativo di attraversarlo hanno dovuto pagare il prezzo più alto. È necessario, allora, ripartire dall’accoglienza perché essa è l’occasione di uno Stato democratico per formare nuovi cittadini, è l’occasione della Chiesa per dare vita al messaggio evangelico, è l’occasione per il credente di imitare Cristo (…fui straniero e mi accoglieste…Mt 25, 35). Ma accogliere non basta, è necessario un secondo atto, ovvero integrare. L’integrazione può essere definita come quel fenomeno antropologico, in cui il migrante non annulla la propria cultura, ma si avvia un processo bidirezionale basato sul mutuo riconoscimento della ricchezza culturale dell’altro. L’integrazione evita la nascita dei cosiddetti “quartieri ghetto”, in cui gli immigrati sono costretti a vivere e ad interagire solo con i propri connazionali, senza possibilità di confronto, bensì con un’apertura al dialogo, all’interazione con una nuova cultura e al rispetto delle leggi del paese ospitante.
A questo punto potremmo chiederci se è possibile immaginarci un mondo senza migrazioni, o al contrario come sarebbe un mondo senza frontiere, dove non esistono “gli irregolari”. Al di là di ogni prospettazione fantasiosa, è certo che la flessibilità delle frontiere non è solo da valutare ai fini solidaristici, ma soprattutto in termini di convenienza politica e sociale, in quanto la mobilità è un fattore essenziale dello sviluppo umano. D’altronde la storia ci insegna che l’uomo nasce nomade. Ancora oggi sembra impensabile arrivare ad un consenso su una tematica così delicata, in cui predomina il principio di sovranità degli Stati e la paura del diverso. Nell’attesa di un accordo che coinvolga più paesi possibili, si auspica il rispetto dei diritti dei migranti e ad una maggiore consapevolezza che la diversità culturale è un fattore di arricchimento sociale.