Il femminile come rivelazione della democrazia autentica
- Anna Lorenzini
- 24 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 17 mar
Il diritto di voto è spesso descritto come un dovere civico, ma in prospettiva filosofica, può essere inteso come una rivelazione del possibile, un atto che, nel suo esercizio o nella sua negazione, svela le condizioni del mondo in cui viviamo e le potenzialità di quello che potrebbe essere. Con Hannah Arendt affermiamo che la politica è il luogo in cui gli uomini si mostrano reciprocamente, e in tal senso il voto, per noi, diviene non solo l’atto di scegliere un rappresentante o una proposta, ma la dichiarazione pubblica di un’idea, il segno di un’esistenza che si afferma nel mondo. Nel momento in cui votiamo, non solo ci esprimiamo, ma riconosciamo anche l’altro come interlocutore legittimo, un campo di possibilità che si apre nell’incontro con la pluralità e che porta alla luce la dialettica autentica della democrazia.
Per secoli, però, il pensiero occidentale ha mancato questa dialettica e ha strutturato la politica come dominio maschile, relegando le donne a una dimensione priva di voce pubblica. L’esclusione dal voto non era solo una questione giuridica e non si fondava solo sulla discriminazione, ma era una negazione ontologica dell’alterità: la donna era presente, ma non riconosciuta come interlocutrice autentica. A differenza di altre forme di alterità, come lo straniero o il nemico, la donna non veniva percepita come un altro nel senso pieno del termine, ma come un complemento dell’uomo, un’esistenza derivata e funzionale alla società maschile. Questo la rendeva invisibile nella sfera pubblica: non un soggetto con cui confrontarsi, ma una presenza silenziosa, data per scontata. Retaggio, questo, purtroppo, ancora troppo presente in forme e strati diversi della nostra società.
Ma torniamo a noi, per ora. Il diritto di voto ha segnato il momento in cui la donna ha rivendicato il suo essere soggetto, affermando di esistere non “in relazione a”, ma per sé stessa. Se Simone de Beauvoir ci ha mostrato come l’alterità femminile sia stata storicamente costruita attraverso il silenzio e, in questo senso, privare le donne del diritto di voto ha significato non solo impedire loro di decidere, ma negare la loro voce nello spazio pubblico condiviso arendtiano. Nella prospettiva di Alfred Schütz, che nella Fenomenologia del mondo sociale, analizza il modo in cui gli individui costruiscono il significato della realtà attraverso l’esperienza intersoggettiva, lo spazio pubblico non è semplicemente un luogo fisico o istituzionale, ma un orizzonte di senso condiviso, dove i soggetti dichiarano reciprocamente le loro intenzioni e prospettive. L’esclusione del femminile da questa intersoggettività quotidiana ha portato quindi alla costruzione di un senso collettivo della realtà mono prospettico e di cui, ancora oggi, paghiamo le spese.

Il voto, invece, rappresentando un intreccio di storie che si incrociano, si scontrano e si ricompongono, crea il tessuto intersoggettivo di cui una società necessita per essere democratica. Scegliendo chi rappresenta meglio la nostra storia, chi può dare forma a un futuro che percepiamo come possibile e desiderabile, infatti, il voto diviene un atto di proiezione di noi stessi sull’altro, la manifestazione fenomenologica della fiducia nella possibilità di costruire insieme la realtà quotidiana, l’accesso al cambiamento collettivo.
Se Merleau-Ponty ha mostrato come il nostro essere-nel-mondo sia sempre un essere in situazione, il voto ne diviene un’espressione paradigmatica, un atto di intenzionalità con cui dirigiamo la nostra coscienza verso un futuro possibile. Ma ancora di più, definiamo il voto come una dichiarazione pubblica del proprio impegno nel sociale, un atto fenomenologico del nostro essere nel mondo quotidiano. Perciò, non è solo un’espressione del presente, ma un’apertura al futuro, una dichiarazione di ciò che potrebbe essere, anche contro le aspettative del presente. Votare non è mai un atto isolato, ma un gesto che si radica nella comunità, che tiene conto delle conseguenze sugli altri, specialmente su coloro che non hanno voce. In questa prospettiva, il diritto di voto non è solo un privilegio da esercitare, ma una forma di impegno etico verso il possibile: ogni scheda elettorale è il segno tangibile di una scelta che non riguarda solo noi, ma l’insieme della società. Non votare, in questo senso, non è solo una rinuncia personale, ma una mancata risposta al richiamo dell’altro, un silenzio che chiude possibilità invece di aprirle. Martin Buber ci insegna che la vera esistenza è relazione. Non si può parlare di una società democratica se essa si fonda su esclusioni, perché la democrazia è il luogo dell’incontro e del riconoscimento reciproco. L’atto di votare è, infatti, un gesto di relazione: non è mai solo un atto individuale, ma un contributo al dialogo collettivo, un’affermazione della propria presenza nel tessuto sociale.
"Il voto femminile non ha aggiunto semplicemente numeri alle urne, ma ha restituito pienezza al dialogo della società con sé stessa. Io sono qui, Io partecipo.”