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Il culto dei martiri in Palestina

Dall'arabo «shahid» (شَهيد). Letteralmente «testimone». È un vocabolo estremamente radicato nell'identità palestinese, il cui popolo definisce in questo modo chiunque muoia per mano dell'occupazione o in nome della resistenza.

 

Le città e i campi profughi palestinesi sono pieni di manifesti, murales e cartelloni che mostrano volti di persone decedute, abbinati a slogan e immagini legate alla tradizione palestinese. Essi non sono semplici proclami funebri; sono celebrazioni, e vengono riservate esclusivamente a coloro che hanno dato la vita per la causa palestinese: i «martiri».

 Foto di hosnysalah
 Foto di hosnysalah

A noi «occidentali» questo termine genera diverse perplessità in quanto, con la definizione «martire», tendiamo a pensare a quella categoria di persone legate al mondo islamico che compie atti suicidi e di terrorismo. In realtà il termine definisce una ben più ampia categoria di contesti, la quale viene testimoniata in tutte e tre le principali religioni monoteiste.

 

Di fatto è proprio nel cristianesimo che troviamo testi che incoraggiano in varie forme il martirio per motivi religiosi a testimonianza della propria fede: «Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte.» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2473).

 

Nel Corano ci sono vari riferimenti al fatto che gli shahid, grazie al loro martirio (istishhad), si guadagnino un «posto in paradiso». Nella società palestinese il concetto di martirio viene enfatizzato ed è alimentato soprattutto dai movimenti islamici più radicali che mescolano un'interpretazione molto conservatrice dell'Islam al nazionalismo palestinese, e che guadagnarono grande popolarità all'inizio degli anni '90 in occasione della prima Intifada.

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