top of page

E se Schlein imprimesse al PD una svolta alternativa al vetero-atlantismo?

La spaccatura del Partito democratico in sede parlamentare europea tra chi ha votato per il ReArm Eu e tra chi ha seguito la linea contraria della segretaria Elly Schlein, ha reso evidente la necessità di un confronto interno, se non proprio di un congresso. Quale direzione deve prendere il maggior partito di sinistra italiano? Già mi sono espresso sul fatto che Schlein, a dispetto di quanto si pensi e si dica, è stata in realtà coerente e fedele al programma Pd per le Europee 2024, l’Europa che vogliamo. Qui, vorrei fare un ulteriore passo avanti in direzione di ciò che nel medesimo programma viene prospettato come «autonomia strategica» dell'Europa e chiedermi se, in vista della suddetta discussione interna o di un eventuale congresso, non sia opportuno alla Schlein rompere ogni indugio, abbandonare ogni reticenza, dovute alle correnti atlantiste del partito, e imprimere una vera e propria svolta alternativa al vetero-atlantismo di Giorgia Meloni.

 

In questo senso avallo la proposta avanzata di recente sul Fatto quotidiano 27,02,25 da Gad Lerner. Sulla quale già si era espresso in precedenza. Oramai, sostiene il giornalista, l’occasione politica si è presentata: la Nato si sta rivedendo un'alleanza fallimentare nella protezione dei suoi alleati, inadatta a mitigare le tensioni di un mondo multipolare, soppiantata da un nuovo tipo di superpotenze atomiche: Usa e Russia. È tempo che l'Ue (che non coincide con il patto atlantico) trovi il suo baricentro «in un "indipendentismo" che presuppone integrazione politica, ma anche un esercito comune.» Lo stesso Friedrich Merz, prossimo cancelliere tedesco, lo ritiene una priorità assoluta. E così Francia, Spagna e UK.


Le estreme destre, con i loro nazionalismi e xenofobie, «mediamente non raccolgono più di un terzo dell'elettorato dei Paesi più popolosi.» In Germania l'Afd ha raddoppiato i voti, ma senza travolgere il "cordone sanitario" su cui puntavano Usa e Mosca. Vale anche per la Francia, almeno per ora. Ungheria e Slovacchia sono troppo marginali per attuare il disfacimento dell'Unione e, al momento, l'Italia è l'unico Paese in Ue in cui la destra governa. La resa insomma «non è una fatalità ineluttabile.»

 

Bisogna però intendersi sul tipo di indipendentismo da assumere: non certamente quello «dei falchi… visceralmente antirusso» che – scrive Lerner ancora prima che si parlasse e votasse del piano di riarmo voluto da Von der Leyen – prevede un aumento poderoso delle spese militari, dislocamento di guarnigioni e di armi sui confini, stretta brutale sul diritto d’asilo. Ciò confermerebbe la subalternità dell’Europa agli Usa.

 

L’europeismo proposto è quello internazionalista che ispirò i movimenti socialisti, pacifisti e ambientalisti del secolo scorso, vero antidoto ai nazionalismi generatori di conflitti interni alle nostre società multietniche. E «comporta la definizione di stanziamenti ragionevoli per la condivisione delle spese militari, ben lontani dalle cifre esorbitanti manipolate dalle lobby che lucrano sul riarmo.» Questa Europa, osserva Lerner, «deve prendersi mano libera nei rapporti con la Cina e con la Russia oltre che nella gestione delle zone di crisi prossime.»

 

E conclude: la frattura conclamata con il nuovo corso americano spiazza Giorgia Meloni, divide la destra di governo; l’equilibrismo di matrice andreottiana funzionava un tempo, quando l’Italia era zona contesa fra opposte influenze; ripetersi che «non c’è America senza Europa e viceversa» è solo una giaculatoria nostalgica. Alla sinistra non spetta che il coraggio e la lungimiranza di una frattura euroamericana, un’opportunità formidabile di pensare un futuro radicato nei suoi ideali originari.

Elly Schlein - Bologna Pride 2015 - Francesco Pierantoni, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Elly Schlein - Bologna Pride 2015 - Francesco Pierantoni, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons


Unisciti ai canali

  • Instagram
  • Facebook
  • Whatsapp
bottom of page