Dal rosa all’arcobaleno: storie di colori, stereotipi e rivoluzioni
- Ilenia D’Alessandro
- 13 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 17 mar
Credete che l’associazione del rosa alle femmine e dell’azzurro ai maschi esista da sempre? Sbagliato! Questa convenzione è una costruzione culturale relativamente recente. Fino al XIX secolo, i neonati di entrambi i sessi venivano vestiti di bianco, il colore più pratico: facile da lavare, sbiancare e senza connotazioni di genere. La società consumistica non si era ancora sviluppata e spesso, i vestiti, venivano ereditati dai fratelli o dalle sorelle più piccole.
In seguito, nella seconda metà dell’Ottocento, arrivò la proposta di vestire bambini e bambine di rosa e azzurro, ma – sorpresa! – la distinzione per genere non esisteva. Solo nel 1918, la rivista "Earnshaw’s Infants’ Department" consigliava il rosa per i maschi, perché sfumatura del rosso che ricordava il sangue e quindi l’idea di forza e potenza, mentre il blu per le femmine, in quanto delicato, angelico, puro che rimandava al cielo e alla vergine Maria.
Negli anni ‘30 e ‘40 del Novecento, però, tutto cambia di nuovo: la moda francese ribalta la situazione associando il rosa alla femminilità. L’azzurro, invece, viene legato sempre più alla mascolinità, complice anche il suo utilizzo nelle uniformi militari e nel mondo degli affari, che ne rafforzano l’immagine di serietà e autorevolezza.
Negli anni ‘80, con l’avvento della diagnostica prenatale, l’industria coglie l’opportunità e inizia a vendere prodotti differenziati per maschi e femmine, cristallizzando gli stereotipi relativi al rosa e l’azzurro.
Che ruolo ha Barbie in tutto ciò?
Nel 1959, la Mattel lancia Barbie e il rosa diventa sempre più il suo colore distintivo. Ma attenzione: nonostante l’associazione con un immaginario ultra-femminile, Barbie voleva rappresentare un’icona di indipendenza. Creata da Ruth Handler, ha offerto alle bambine un’alternativa ai soliti bebè di plastica che le facevano giocare alla mamma o all’infermiera, sdoganando il ruolo stereotipato di cura che si inculcava loro già in tenera età. Barbie no: lei era una donna adulta, con un guardaroba infinito e una carriera da sogno. Certo, era anche bionda, bianca, magra e ricca ma si sa che le rivoluzioni hanno sempre bisogno di tempo.
Negli anni ‘80, con la codifica definitiva del rosa come "colore femminile", Barbie cavalca l’onda diventando il simbolo della girl power in chiave glamour. Qui la questione si fa controversa: se da un lato ha proposto modelli professionali alternativi alle solite mamme e infermiere, dall’altro ha contribuito a perpetuare standard estetici e culturali fortemente stereotipati, figli della cultura e della società di quel tempo.
Nelson Tiffany, Los Angeles Times, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons; Barry haynes,CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons; G.Lanting, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons; weisserstier from Wien, Austria, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Rosa VS Azzurro: e oggi?
Oggi il rosa e l’azzurro sono ancora fortemente presenti nei discorsi sugli stereotipi di genere. Se il primo è ancora associato a una femminilità dolce e rassicurante, il secondo è stato relativamente sdoganato grazie ancora al mondo dell’infanzia. Avete presente Elsa di Frozen? Ecco, sempre più bambine potrebbero dire che il loro colore preferito è l’azzurro mentre è ancora, purtroppo, molto raro sentire un bambino affermare che il suo colore preferito è il rosa.
Tuttavia, il concetto binario di questi colori è messo in discussione grazie anche alla crescita delle lotte per l’inclusione e la diversità.
Ed è qui che entra in gioco l’arcobaleno. La bandiera LGBTQIA+ creata nel 1978 da Gilbert Baker ha abbandonato il rosa e l’azzurro come opposizioni binarie e ha scelto un’intera gamma di colori per rappresentare la diversità dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Ogni colore ha un significato preciso e, a differenza del rigido binarismo cromatico imposto a partire dal XX secolo, l’arcobaleno celebra la fluidità, l’inclusione e la libertà di espressione.
Nel 2018 è stata introdotta la Progress Pride Flag, che incorpora anche i colori della bandiera transgender, sottolineando l’importanza dell’intersezionalità e del riconoscimento di tutte le identità di genere.

Gabbia colorata o rivoluzione?
Oggi il rosa è ancora oggetto di dibattito. Da un lato, c’è chi lo vede come un’imposizione sugli stereotipi di genere e, dall’altro, chi lo rivendica come simbolo di empowerment femminile, come nel film "Barbie", in cui un mondo tutto rosa dominato dalle donne sfida una realtà ancora segnata dal patriarcato.
Tuttavia, il superamento del binarismo rosa-azzurro è una delle grandi sfide della nostra epoca. L’uso dell’arcobaleno come simbolo della comunità LGBTQIA+ mostra come il colore possa essere uno strumento di lotta, inclusione e trasformazione sociale.
I colori, dunque, non sono mai solo estetica. Sono simboli potenti, riflessi della società e delle sue trasformazioni, specchi delle nostre libertà, delle nostre lotte e delle nostre conquiste.
Il rosa, l’azzurro e l’arcobaleno ci insegnano che l’identità non si può rinchiudere in due tonalità ma si esprime in infinite gradazioni. Perché il mondo non è fatto di confini netti, di gabbie colorate, ma di rivoluzioni cariche di sfumature, in cui ognuno, ognuna e ognunu ha il diritto di brillare nel proprio colore.