Climate Adapting, le sfide della società contemporanea per contrastare la crisi climatica
- Davide Inneguale
- 24 mar
- Tempo di lettura: 2 min
L’adattamento climatico è ormai un obiettivo chiave per l’architettura e l’urbanistica contemporanea. Il crescente numero di eventi estremi, come inondazioni, ondate di calore e siccità, impone strategie progettuali capaci di rendere edifici e città resilienti ai cambiamenti climatici. La crisi ambientale non è solo un problema ecologico, ma ha profonde ripercussioni sociali ed economiche, aggravando le disuguaglianze globali. Tuttavia, nonostante l’evidenza scientifica, alcune scelte politiche, come quelle dell’amministrazione Trump, hanno ostacolato i progressi, riducendo fondi alla ricerca e negando la portata del problema. L’architettura e la pianificazione urbana assumono quindi un ruolo fondamentale nel fornire risposte concrete e sostenibili.

Nel Novecento si sono sviluppati approcci architettonici che favoriscono l’integrazione tra costruito e ambiente. Ernest Nathan Rogers introdusse il concetto di preesistenza ambientale, sottolineando l’importanza di rispettare il contesto territoriale. Victor Olgyay approfondì la progettazione bioclimatica, mentre Tomás Maldonado promosse una visione che coniugasse ambiente, tecnologia e società. Un esempio emblematico di architettura ecosostenibile è Lafayette Park a Detroit, progettato da Mies van der Rohe, che unisce estetica e benessere urbano. Anche Vällingby, in Svezia, dimostra come un equilibrio tra spazi abitativi e habitat naturale possa favorire una qualità della vita sostenibile.
Negli anni ’70, Robert e Brenda Vale teorizzarono l’autonomous house, un edificio capace di soddisfare autonomamente i propri bisogni energetici e idrici. Oggi, questo concetto è alla base delle sperimentazioni urbanistiche più avanzate. Un esempio concreto è la città di Nye, in Danimarca, che integra sistemi di raccolta delle acque piovane, energie rinnovabili e mobilità sostenibile. Questo modello dimostra come una pianificazione oculata possa trasformare la città in un organismo resiliente, capace di adattarsi senza compromettere la qualità della vita.
Fra tecnologia e società
L’adattamento climatico non si limita alle soluzioni tecnologiche, ma coinvolge anche la giustizia sociale. Le disuguaglianze nell’accesso a risorse fondamentali come energia e acqua sono direttamente connesse alla gestione ambientale. Documenti fondamentali come il Rapporto Brundtland (1987) e gli accordi internazionali, dal Summit della Terra di Rio (1992) alle recenti COP-26 e COP-27, evidenziano la necessità di uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Negare la crisi climatica significa ignorare dati scientifici e gravi conseguenze sociali. Investire in ricerca, innovazione e politiche ambientali è l’unico modo per garantire equità e resilienza.
La progettazione deve includere strategie per la gestione del rischio climatico. Eventi estremi come alluvioni e frane sono sempre più frequenti e devastanti. Soluzioni come tetti verdi, bacini di contenimento per le acque meteoriche e materiali adattabili ai mutamenti climatici sono essenziali per garantire sicurezza e benessere. La mancata attenzione alla progettazione consapevole dei rischi, come nel caso dei Campi Flegrei, costringe le popolazioni a una condizione di precarietà. Le città contemporanee devono essere concepite come ecosistemi interconnessi, in cui architettura, urbanistica e politiche sociali operano sinergicamente per garantire resilienza e sostenibilità. Ignorare il problema significa rallentare il processo di adattamento climatico: occorre invece proseguire con determinazione sulla strada della sostenibilità, senza mai oscurare la verità scientifica.