top of page

Chiedesi urgentemente coerenza alla premier Meloni sulla questione ucraina

Aggiornamento: 17 mar

Dopo tanti, tantissimi, dubbi circa l'opportunità di partecipare al vertice di emergenza per la pace in Ucraina, organizzato l’altro giorno dal presidente francese Emmanuel Macron, tra i principali leader europei, la premier Meloni finalmente ha deciso di esserci. Era, difatti, divisa tra l’appoggio all’iniziativa macroniana e la volontà di mantenersi defilata. Non partecipandovi avrebbe reciso da sé il legame politico con gli altri leader europei, soprattutto Ursula von der Leyen. Ma, presenziando a tale vertice, avrebbe con le sue stesse mani allentato il cordone che la lega al presidente Trump, mettendo a rischio il ruolo di mediatrice tra USA ed UE, che si è ritagliata da sola negli ultimi tempi.


Alla fine ha scelto di sedere a quel tavolo europeo, ma con un espediente, a mio parere, di basso profilo. Arrivando con un'ora di ritardo ha infatti evitato la foto rituale, che si predispone con tutti i leader nazionali presenti. Un mezzuccio diplomatico che stava costando, oltre che un precedente istituzionale, anche l'assenza della sua onnipresente segretaria personale, invitata a non entrare nel palazzo ove si svolgeva la riunione. Prontamente la donna ha indicato la borsa che portava a chi le chiedeva di andarsene, come se lì dentro ci fosse qualcosa di essenziale per la presidente del Consiglio Meloni. Avrebbe potuta consegnarla al commesso di turno, ma no, la segretaria doveva esserci a tutti i costi. E ce l'ha fatta a entrare, fosse mai che non ci riuscisse.

 

Ricorderò questo vertice internazionale per la foto mancata e per la scusa della borsa. Mezzucci, direi, ma sono quelli che alla fine danno la cifra dello spessore politico di una leader, che a torto è stata definita la più potente d'Europa. Esemplificativa è una foto, in cui risulta evidente l'imbarazzo di Giorgia Meloni, con affianco il presidente Macron alquanto contrariato per il ritardo della presidente del Consiglio. Converrebbe che si attrezzi meglio in vista del prossimo summit europeo che verrà convocato a breve per  discutere di «una pace giusta per l’Ucraina», come rimarca il leader spagnolo Pedro Sanchez, affiancato dal cancelliere tedesco Olaf Scholz che ha precisato come «non può esservi una pace imposta che l’Ucraina deve accettare». 


La premier italiana per questa occasione dovrà giocoforza uscire dalle nebbie di posizioni ambigue rispetto alle sorti dell’Ucraina. Soprattutto alla luce delle dichiarazioni di ieri del presidente Trump, che ha attribuito al presidente Zelensky la responsabilità per l'invasione del Paese, che secondo il presidente americano avrebbe dovuto scongiurare per tempo. Non contento di tale grave affermazione Donald Trump lo ha  anche delegittimato, definendolo “dittatore non eletto” e affermando che gli sia rimasto solo il consenso del 4% degli ucraini. Da dove abbia tratto questo dato non è consentito saperlo, quando invece Istituto di sociologia di Kiev attesta che il 57% degli ucraini si fida ancora di Zelensky, mentre il 37% è espressamente di parere contrario.

 

Risulta, quindi, evidente che il presidente Usa avalli la tattica di Vladimir Putin di estromettere il leader ucraino dalla guida del suo Paese, con l’indizione di nuove elezioni che designino un capo di governo più vicino agli interessi della Russia. A questo punto la presidente Meloni deve prendere una posizione netta a favore del presidente Zelensky, visto che solo un mese fa, il 9 gennaio, in un vetrice bilaterale a Roma lo aveva personalmente tranquillizzato, ribadendo "il sostegno a 360 gradi che l'Italia assicura e continuerà ad assicurare alla legittima difesa dell'Ucraina". Ora che Trump ha sputato parole velenose sul leader ucraino, occorre che Giorgia Meloni dismetta ogni forma di ambiguità, perché è in gioco la sua credibilità internazionale.

Unisciti ai canali

  • Instagram
  • Facebook
  • Whatsapp
bottom of page